Diego Fusaro: Pensare Altrimenti (Einaudi, 2017)

Diego Fusaro

 

Anni passati sui libri: tomi su tomi letti, sottolineati dal principio alla fine, disseminati di appunti, orecchie, pagine e passi da ricordare, frasi intense e aforistiche da sottolineare.

Anni perduti dietro a quaderni pregni di riflessioni e spunti, di accattivanti pensieri e sillogismi dell’amarezza; anni che non torneranno, inghiottiti dall’esiziale turbine di una vecchiezza che mi stritola, mi osserva; un sentore di morte che ha il colore sbiadito delle costole delle decine di migliaia di volumi della mia libreria.

Anni spesi a combattere il potere a colpi di materialismo storico e di fenomenologia dello spirito, dove il mio lato più sinistro ed hegeliano si scontrava con il mio esserci fin troppo destro e heideggeriano, tanto da sfociare in una esistenza inautentica come un gelato al limon (che è vero limon) lasciato per troppo tempo nel frigo sperando in una sua mai avvenuta palingenesi.

Anni, anni e ancora anni incrostati di seminari lacaniani e di esegesi dantesca, di letture disparate e disperate, di capriole metempsicotiche che si annullavano con la morte di un Dio troppo debole, impotente e vulnerabile dinanzi all’artificio incontrollabile del Superuomo, oggi però ripiegato come una camicia in un cassetto, avvizzito dalla sua vana e irrisolta volontà di potenza.

Adesso che il mio cammino epistemico si è già più o meno compiuto, ho capito. Ho capito che per me non c’è molto altro da fare se non rispolverare i “Quaderni del carcere” e mettermi a trovare una soluzione all’ordine globalizzato che ci vuole schiavi e schiacciati, sottomessi al Dio denaro e al Maurizio Costanzo Show.

Finalmente ho capito che tutti quegli anni trascorsi sulle sudate carte della filosofia, della letteratura, della poesia, della psicanalisi e dei trattati logico-filosofici, passando al mio periodo formalista e poi a quello più squisitamente strutturalista, non sono serviti a nulla.

A nulla, se non a rendermi schiavo della macchina, del potere, dell’aristocrazia finanziaria e del mio pensiero: così unico e così uguale a tutti gli altri, così vicino ai trentatré trentini de-pensanti e trotteleranti profetizzati da Giorgio Orwell; che nemmeno si ricordavano più cosa ci andavano a fare, a Trento.

Per fortuna, Diego Fusaro mi ha aperto gli occhi, come solo i veri pensatori sanno fare: liberando gli schiavi in catene che si sentono liberi, affastellando e dis-armonizzando tassonomie dello spirito per renderle strumenti atti a spiegare la sua inoppugnabile filosofia del dissenso.

Non siamo ai livelli di “A testa alta”, il capolavoro Di Battista, né tanto meno a “La morte non esiste”, il pilastro tardo-epicureo di Pippo Franco; ma è un libro che senz’altro sarebbe piaciuto alla buoanima del visionario Gian-Bob Casaleggio, vero corsaro della democrazia e svincolato dai nuovi ordini mondiali che ci vogliono proni al Signore, destrutturati, de-potenziati, de-sacralizzati e in-savi, in-adatti, in-capaci alla disobbedienza.

In questa malsana società di simulacri, di dis-ordini simbolici organizzati, ho trovato finalmente il coraggio di Sentire e Pensare.
Ché, Altrimenti, ci-arrabbiamo.

 

Lino Banfi: Confessioni di una maschera

Una volta, mentre passeggiavo per le vie di Bari, nella cui Università avrei tenuto di lì a poche ore una conferenza sulla Dialettica Hegeliana nell’opera di Nino Frassica, incontrai Lino Banfi. Un uomo distinto, posato, elegante: lungo cappotto nero, pelata lucida con pochi capelli a far da contorno; un orologio per polso, da grande collezionista di orologi qual è.

 

Lino Banfi

 

Non ebbi il coraggio di avvicinarmi, tanto era il timore reverenziale.
Lo osservai però camminare tra la gente con estrema umiltà, pacatezza, guardandosi attorno e salutando coloro i quali lo riconoscevano, talvolta scattandosi foto con quello che oserei definire uno dei più grandi istrioni italiani del Secondo dopoguerra: incarnazione di croci e delizie del popolo della penisola, Re incontrastato dei cinematografi di terza visione, nonché vero rappresentante della cultura del sottoproletariato urbano. Mi verrebbe da dire una maschera weberiana in odore craxiano: ma mi fermo qui.

La cosa che più mi colpì fu vederlo avvicinare a un non troppo nutrito gruppetto di giovanotti, che lì sul momento non riuscii bene a capire cosa stessero combinando. So solo che mi sembravano mal vestiti, smunti nei visi, consumati nello spirito.Per fortuna il grande Lino intercettò subito il problema, cominciando a sbattere la mano destra sul cranio lucido mentre si mordeva la falange dell’indice sinistro. Si era accorto che i ragazzi erano dei tossicodipendenti; non so di quali sostanze stessero abusando in quel frangente, ma ricordo benissimo che l’attore pugliese si avvicinò a questi, dicendo loro le seguenti parole:
“Stareste molto meglio, se con le droghe ci deste un téglio!”

 

Lino Banfi

 

Poesia. Misericordiosa Poesia. Carità mista a ironia pungente.
Non saprei come altro definire le parole di quest’uomo, che senz’altro avranno riportato gli stolti ragazzi sulla retta via, con il sorriso sulle labbra.
La stessa poesia la ritroviamo anche in questo libro (Ti racconto una storia, Rizzoli, 2006): umano come quelle parole, divertente come una carriera costellata di successi e di film forse dimenticabili per un certo tipo di pubblico, ma imprescindibili a livello documentario, filosofico, puramente fenomenologico.

Una confessione e un racconto che non deluderà gli estimatori di uno delle più grandi maschere ancora viventi.

Arturo Schopenhauer, o meglio: Il mondo come serenità e consolazione

Se mi si chiede chi preferisco tra Giacomo Leopardi, Sergio Vastano e Arturo Schopenhauer, risponderò sempre col nome di quest’ultimo.

Schopenhauer

Ricordo che il mio vecchio professore di filosofia del Liceo, il grande Egidio Pozziginori, lo definiva un allegrone, ironizzando sulla visione pessimistica dell’esistenza del pensatore tedesco; senza sapere che, canzonando il buon vecchio Arturo, egli diceva il vero, poiché in realtà niente e nessuno al mondo mette più giubilo e joie de vivre di lui.

Saranno gli anni che passano, sarà che mi faccio sempre più vecchio e stanco, sarà che non vedo più Gianfranco D’Angelo in tv; oppure sarà questa contemporaneità così caduca e così spenta a farmi ritornare su Il mondo come volontà e rappresentazione: meraviglia della filosofia moderna, una pacca sulla spalla nel momento del bisogno, una cioccolata calda in una freddissima giornata d’inverno.
Il pensiero che culla e che consola.

Leggetelo ai vostri figli prima di metterli a letto, mentre fate loro una carezza; e ditegli che quella è la carezza di Arturo Schopenhauer.

Calandrino Tozzetti