Lino Banfi: Confessioni di una maschera

Una volta, mentre passeggiavo per le vie di Bari, nella cui Università avrei tenuto di lì a poche ore una conferenza sulla Dialettica Hegeliana nell’opera di Nino Frassica, incontrai Lino Banfi. Un uomo distinto, posato, elegante: lungo cappotto nero, pelata lucida con pochi capelli a far da contorno; un orologio per polso, da grande collezionista di orologi qual è.

 

Lino Banfi

 

Non ebbi il coraggio di avvicinarmi, tanto era il timore reverenziale.
Lo osservai però camminare tra la gente con estrema umiltà, pacatezza, guardandosi attorno e salutando coloro i quali lo riconoscevano, talvolta scattandosi foto con quello che oserei definire uno dei più grandi istrioni italiani del Secondo dopoguerra: incarnazione di croci e delizie del popolo della penisola, Re incontrastato dei cinematografi di terza visione, nonché vero rappresentante della cultura del sottoproletariato urbano. Mi verrebbe da dire una maschera weberiana in odore craxiano: ma mi fermo qui.

La cosa che più mi colpì fu vederlo avvicinare a un non troppo nutrito gruppetto di giovanotti, che lì sul momento non riuscii bene a capire cosa stessero combinando. So solo che mi sembravano mal vestiti, smunti nei visi, consumati nello spirito.Per fortuna il grande Lino intercettò subito il problema, cominciando a sbattere la mano destra sul cranio lucido mentre si mordeva la falange dell’indice sinistro. Si era accorto che i ragazzi erano dei tossicodipendenti; non so di quali sostanze stessero abusando in quel frangente, ma ricordo benissimo che l’attore pugliese si avvicinò a questi, dicendo loro le seguenti parole:
“Stareste molto meglio, se con le droghe ci deste un téglio!”

 

Lino Banfi

 

Poesia. Misericordiosa Poesia. Carità mista a ironia pungente.
Non saprei come altro definire le parole di quest’uomo, che senz’altro avranno riportato gli stolti ragazzi sulla retta via, con il sorriso sulle labbra.
La stessa poesia la ritroviamo anche in questo libro (Ti racconto una storia, Rizzoli, 2006): umano come quelle parole, divertente come una carriera costellata di successi e di film forse dimenticabili per un certo tipo di pubblico, ma imprescindibili a livello documentario, filosofico, puramente fenomenologico.

Una confessione e un racconto che non deluderà gli estimatori di uno delle più grandi maschere ancora viventi.